Poco visibili, ma presenti ovunque; silenziosi e gran lavoratori;
sempre sani e addirittura immortali (almeno per l’anagrafe italiana).
Sono lo spauracchio di commercianti e ristoratori: vendono a poco,
pochissimo, non sono violenti e ostentano sussiego
mentre ti servono riso alla cantonese e involtini primavera.
Sono i cinesi.
Immigrati modello o mistero da svelare?
Sorge qualche lecito dubbio leggendo la Relazione del Ministro dell’Interno
al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla
Direzione Investigativa Antimafia (DIA) nel secondo semestre 2006:
un intero capitolo del documento è dedicato alla criminalità cinese:
“Quella cinese è probabilmente l’unica criminalità originaria
del continente asiatico che, sul nostro territorio nazionale, merita
particolare attenzione per la consistenza e la capacità organizzativa,
anche in ragione del fatto che va a radicarsi in comunità attualmente
assai dinamiche, sotto il profilo della crescita imprenditoriale ed economico – finanziaria.”
Le attività intraprese dagli affiliati alla ben nota “mafia cinese”
si sono infatti diversificate, riuscendo a soddisfare a pieno le esigenze
di un’economia in continuo sviluppo; si è passati infatti dal controllo
dell’immigrazione clandestina di cinesi in Italia, al progressivo
controllo del vasto mercato della merce contraffatta o costruita in
violazione delle norme (CE, Iso, ecc..), che, nonostante il potenziamento
degli specifici controlli doganali, continua ad invadere tutta l’Unione
Europea.
Nel
suo libro “Gomorra” Roberto Saviano descrive
con la precisione di un testimone oculare la situazione del porto
di Napoli, punto di arrivo e di smistamento della merce cinese. La
realtà descritta da Saviano è quella di una vera è propria “invasione
gialla”: “Il porto di Napoli è il buco nel mappamondo da dove esce
quello che si produce in Cina, Estremo Oriente, come i cronisti si
divertono ancora a definirlo. Estremo. Lontanissimo. Quasi inimmaginabile
(…) A Napoli si scarica quasi esclusivamente merce proveniente dalla
Cina: 1.600.000 tonnellate. Quella registrata. Almeno un altro
milione passa senza lasciare traccia. Nel solo porto di Napoli, secondo
l’Agenzia delle Dogane, il 60 per cento della merce sfugge al controllo
della dogana, il 20 per cento delle bollette non viene
controllato e vi sono cinquantamila contraffazioni: il
99 per cento è di provenienza cinese, e si calcolano duecento
milioni di euro di tasse evase a semestre.”
Nel porto di Napoli scarica le sue merci la COSCO, proprietaria della
terza flotta più grande al mondo, consorziata con gli svizzeri della
MSC. Solo a Napoli si movimenta il 20 per cento dell’intera produzione
tessile cinese, ed è di questi giorni la cessione di un modulo del
porto di Genova Voltri alla COSCO. Un vero
e proprio monopolio.
Non ci sarebbe nulla di male, se questa merce venisse
movimentata alla luce del sole.
A Napoli invece i container vengono scaricati,
e buona parte del loro contenuto scompare: stipato su furgoncini carichi
fino all’inverosimile viene trasportato nei garages
di palazzi situati di fronte al porto. I cinesi affittano interi palazzi,
e stipano la loro merce nelle cantine e negli appartamenti, che divengono
dei comodissimi magazzini di stoccaggio. Invisibili dal
di fuori e sicuri, perché nessuno avrà mai nulla da dire, dal
momento che gli affitti vengono pagati regolarmente.
Con gli introiti
provenienti dal commercio di merce contraffatta, secondo la Relazione
della DIA, viene alimentato un “notevole
flusso finanziario dall’Italia verso la Cina”, mentre i capitali liquidi
vengono utilizzati sul territorio italiano per
investimenti ed acquisto di immobili e di realtà commerciali.
Un
altro mercato all’interno del quale la mafia cinese la fa da padrone
in tutto il mondo è quello delle sostanze stupefacenti.
Questa tipologia di “merce” venne introdotta
in Cina dagli inglesi nell’Ottocento, ma la netta opposizione degli
imperatori prima e di Mao poi, nei confronti del consumo di sostanze
stupefacenti, favorirono l’esportazione di droga nei vicini Laos, Cambogia
e Thailandia.
Negli anni Settanta la mafia cinese si appropriò definitivamente della
lavorazione, del trasporto e dello smercio di droga, fra cui il traffico
di una qualità di eroina purissima, chiamata “China white”, che presentava
un ottimo rapporto qualità – prezzo.
Questo tipo di droga rappresenta ormai il settanta per cento dell’intero
mercato americano.
I corrieri inviati dalle triadi della mafia cinese portano droga nascoste
ovunque: nei dentifrici o nei preservativi. La “China white” si fuma o si
aspira, quindi non presenta la controindicazione dell’infezione dovuta
alle siringhe, e rappresenta uno dei punti di forza per il commercio
auto – gestito dai cinesi nel mondo.
Ma
la “merce” che i cinesi trafficano con regolarità e con ottimi introiti,
sono indubbiamente gli immigrati.
E’ stato infatti accertato che la criminalità
associata cinese si avvale del traffico illegale di immigrati per
introdurre in un determinato territorio persone consapevoli fin dall’inizio
che, per pagare il viaggio, dovranno lavorare quasi gratis (nelle
migliori delle ipotesi) o commettere reati di qualunque tipo.
Chi gestisce questo traffico sul territorio sono orientali ormai “naturalizzati”.
Saviano ci racconta che “a Napoli quasi tutti
i cinesi che hanno relazione con gli indigeni si danno un nome partenopeo.
E’ prassi così diffusa che non desta più stupore sentire un cinese
che si presenta come Tonino, Nino, Pino, Pasquale.”
Anche un nome napoletano può aiutare a sentirsi integrati!
I vari Xian – Nino gestiscono sul campo
una vera e propria industria; il meccanismo
è semplice e funziona benissimo: i clandestini pagano per ottenere
i documenti che gli servono per venire in Italia; molto spesso questi
documenti sono dei falsi, come dimostrano i ritrovamenti, in Toscana,
di timbri ufficiali della Repubblica Popolare Cinese e
di sigilli per la falsificazione di patenti cinesi. Una volta arrivati in Italia gli immigrati sono costretti a
lavorare dieci, dodici o diciotto ore al giorno, per due o tre anni,
con costi per il datore di lavoro cui saranno assegnati che si avvicinano
allo zero. A Napoli sono moltissime le “fabbrichette”
cinesi clandestine: ogni tanto la finanza fa dei controlli e le chiude.
I cinesi pagano le multe e poi riprendono a lavorare. Tutto previsto,
tutto sotto controllo. Nel budget sono contemplati anche due mesi
senza lavorare. Le fabbriche non sono mai troppo
grandi, per non dare nell’occhio, e gli operai clandestini vivono
spesso nello stesso capannone dove lavorano, in modo da risultare
pressoché invisibili.
Una volta saldati i debiti che hanno contratto per arrivare
in Italia, i cinesi cominciano a fare i piccoli imprenditori; se prima
non sono stati cooptati da qualche organizzazione criminale.
L’integrazione è presto fatta: da produttori i cinesi divengono commercianti,
ricevendo direttamente commesse da case di moda italiane o da commercianti
italiani che guadagnano procurando le commesse. I cinesi non compaiono,
ma lavorano, non parlano italiano, ma conoscono bene il linguaggio
del mercato e la legge della domanda – offerta. Il loro segreto? Lavorare
giorno e notte e consegnare, (sotto) pagare a cottimo operai disperati,
garantire tempi di produzione e prezzi imbattibili.
In un solo caso la comunità cinese napoletana ha fatto la voce grossa:
il 7/12/2002 la China Town partenopea
ha organizzato una serrata di massa contro le pretese della camorra:
dai duecentocinquanta ai millecinquecento euro come regolare contributo
al pizzo cittadino (tariffe da alta stagione in occasione dell’imminente
Natale?).
Una lezione di etica e buon costume quella che i cinesi hanno impartito
agli increduli commercianti napoletani: l’intera China Town ha abbassato
le saracinesche, sono stati distribuiti volantini in cinese chiedendo
alla comunità di ribellarsi, ed è stata esposta denuncia all’Ambasciata
cinese a Roma, che ha attivato i canali istituzionali del caso.
La sera per le strade sono state organizzate ronde a protezione dei
negozi e alcuni commercianti intervistati hanno affermato di
essere pronti a difendersi “anche con i coltelli” se necessario.
Il motivo di questa serrata anti – pizzo è semplice, come spiega M.
Sacchetti, docente dell’Istituto Orientale di Napoli: “i
cinesi sono gente abituata a lavorare sodo per tantissime ore al giorno.
Fanno una vita molto dura proprio per risparmiare dei soldi che poi
investono in altre attività. Dunque prima di cedere alle minacce di
qualcuno che vuole farli pagare il pizzo ce ne vorrà”.
Una cosa è certa: i cinesi sono immigrati silenziosi, ma tra il silenzio
e l’omertà hanno saputo che cosa scegliere.
Anche se il rifiuto dell’omertà
rischia di rendere più difficoltosa la loro integrazione.
Fonti:
www.sisde.it
www.lospettro.it
www.italychina.org
R. Saviano. “Gomorra”
A. Mondatori Editore. Milano, 2006.