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Sono tra Noi
di Silvia Carena

Poco visibili, ma presenti ovunque; silenziosi e gran lavoratori; sempre sani e addirittura immortali (almeno per l’anagrafe italiana). Sono lo spauracchio di commercianti e ristoratori: vendono a poco, pochissimo, non sono violenti e ostentano sussiego mentre ti servono riso alla cantonese e involtini primavera.
Sono i cinesi.
Immigrati modello o mistero da svelare?
Sorge qualche lecito dubbio leggendo la Relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia (DIA) nel secondo semestre 2006: un intero capitolo del documento è dedicato alla criminalità cinese:
“Quella cinese è probabilmente l’unica criminalità originaria del continente asiatico che, sul nostro territorio nazionale, merita particolare attenzione per la consistenza e la capacità organizzativa, anche in ragione del fatto che va a radicarsi in comunità attualmente assai dinamiche, sotto il profilo della crescita imprenditoriale ed economico – finanziaria.”
Le attività intraprese dagli affiliati alla ben nota “mafia cinese” si sono infatti diversificate, riuscendo a soddisfare a pieno le esigenze di un’economia in continuo sviluppo; si è passati infatti dal controllo dell’immigrazione clandestina di cinesi in Italia, al progressivo controllo del vasto mercato della merce contraffatta o costruita in violazione delle norme (CE, Iso, ecc..), che, nonostante il potenziamento degli specifici controlli doganali, continua ad invadere tutta l’Unione Europea.

Nel suo libro “Gomorra” Roberto Saviano descrive con la precisione di un testimone oculare la situazione del porto di Napoli, punto di arrivo e di smistamento della merce cinese. La realtà descritta da Saviano è quella di una vera è propria “invasione gialla”: “Il porto di Napoli è il buco nel mappamondo da dove esce quello che si produce in Cina, Estremo Oriente, come i cronisti si divertono ancora a definirlo. Estremo. Lontanissimo. Quasi inimmaginabile (…) A Napoli si scarica quasi esclusivamente merce proveniente dalla Cina: 1.600.000 tonnellate. Quella registrata. Almeno un altro milione passa senza lasciare traccia. Nel solo porto di Napoli, secondo l’Agenzia delle Dogane, il 60 per cento della merce sfugge al controllo della dogana, il 20 per cento delle bollette non viene controllato e vi sono cinquantamila contraffazioni: il  99 per cento è di provenienza cinese, e si calcolano duecento milioni di euro di tasse evase a semestre.”
Nel porto di Napoli scarica le sue merci la COSCO, proprietaria della terza flotta più grande al mondo, consorziata con gli svizzeri della MSC. Solo a Napoli si movimenta il 20 per cento dell’intera produzione tessile cinese, ed è di questi giorni la cessione di un modulo del porto di Genova Voltri alla COSCO. Un vero e proprio monopolio.
Non ci sarebbe nulla di male, se questa merce venisse movimentata alla luce del sole.
A Napoli invece i container vengono scaricati, e buona parte del loro contenuto scompare: stipato su furgoncini carichi fino all’inverosimile viene trasportato nei garages di palazzi situati di fronte al porto. I cinesi affittano interi palazzi, e stipano la loro merce nelle cantine e negli appartamenti, che divengono dei comodissimi magazzini di stoccaggio. Invisibili dal di fuori e sicuri, perché nessuno avrà mai nulla da dire, dal momento che gli affitti vengono pagati regolarmente.
Con gli introiti provenienti dal commercio di merce contraffatta, secondo la Relazione della DIA, viene alimentato un “notevole flusso finanziario dall’Italia verso la Cina”, mentre i capitali liquidi vengono utilizzati sul territorio italiano per  investimenti ed acquisto di immobili e di realtà commerciali.

Un altro mercato all’interno del quale la mafia cinese la fa da padrone in tutto il mondo è quello delle sostanze stupefacenti.
Questa tipologia di “merce” venne introdotta in Cina dagli inglesi nell’Ottocento, ma la netta opposizione degli imperatori prima e di Mao poi, nei confronti del consumo di sostanze stupefacenti, favorirono l’esportazione di droga nei vicini Laos, Cambogia e Thailandia.
Negli anni Settanta la mafia cinese si appropriò definitivamente della lavorazione, del trasporto e dello smercio di droga, fra cui il traffico di una qualità di eroina purissima, chiamata “China white”, che presentava un ottimo rapporto qualità – prezzo.
Questo tipo di droga rappresenta ormai il settanta per cento dell’intero mercato americano.
I corrieri inviati dalle triadi della mafia cinese portano droga nascoste ovunque: nei dentifrici o nei preservativi. La “China white” si fuma o si aspira, quindi non presenta la controindicazione dell’infezione dovuta alle siringhe, e rappresenta uno dei punti di forza per il commercio auto – gestito dai cinesi nel mondo.

Ma la “merce” che i cinesi trafficano con regolarità e con ottimi introiti, sono indubbiamente gli immigrati.
E’ stato infatti accertato che la criminalità associata cinese si avvale del traffico illegale di immigrati per introdurre in un determinato territorio persone consapevoli fin dall’inizio che, per pagare il viaggio, dovranno lavorare quasi gratis (nelle migliori delle ipotesi) o commettere reati di qualunque tipo.
Chi gestisce questo traffico sul territorio sono orientali ormai “naturalizzati”.
Saviano ci racconta che “a Napoli quasi tutti i cinesi che hanno relazione con gli indigeni si danno un nome partenopeo. E’ prassi così diffusa che non desta più stupore sentire un cinese che si presenta come Tonino, Nino, Pino, Pasquale. Anche un nome napoletano può aiutare a sentirsi integrati!
I vari Xian – Nino gestiscono sul campo una vera e propria industria; il meccanismo è semplice e funziona benissimo: i clandestini pagano per ottenere i documenti che gli servono per venire in Italia; molto spesso questi documenti sono dei falsi, come dimostrano i ritrovamenti, in Toscana, di timbri ufficiali della Repubblica Popolare Cinese e  di sigilli per la falsificazione di patenti cinesi. Una volta arrivati in Italia gli immigrati sono costretti a lavorare dieci, dodici o diciotto ore al giorno, per due o tre anni, con costi per il datore di lavoro cui saranno assegnati che si avvicinano allo zero. A Napoli sono moltissime le “fabbrichette” cinesi clandestine: ogni tanto la finanza fa dei controlli e le chiude. I cinesi pagano le multe e poi riprendono a lavorare. Tutto previsto, tutto sotto controllo. Nel budget sono contemplati anche due mesi senza lavorare. Le fabbriche  non sono mai troppo grandi, per non dare nell’occhio, e gli operai clandestini vivono spesso nello stesso capannone dove lavorano, in modo da risultare pressoché invisibili.
Una volta saldati i debiti che hanno contratto per arrivare in Italia, i cinesi cominciano a fare i piccoli imprenditori; se prima non sono stati cooptati da qualche organizzazione criminale.
L’integrazione è presto fatta: da produttori i cinesi divengono commercianti, ricevendo direttamente commesse da case di moda italiane o da commercianti italiani che guadagnano procurando le commesse. I cinesi non compaiono, ma lavorano, non parlano italiano, ma conoscono bene il linguaggio del mercato e la legge della domanda – offerta. Il loro segreto? Lavorare giorno e notte e consegnare, (sotto) pagare a cottimo operai disperati, garantire tempi di produzione e prezzi imbattibili.
In un solo caso la comunità cinese napoletana ha fatto la voce grossa: il 7/12/2002  la China Town partenopea ha organizzato una serrata di massa contro le pretese della camorra: dai duecentocinquanta ai millecinquecento euro come regolare contributo al pizzo cittadino (tariffe da alta stagione in occasione dell’imminente Natale?).
Una lezione di etica e buon costume quella che i cinesi hanno impartito agli increduli commercianti napoletani: l’intera China Town ha abbassato le saracinesche, sono stati distribuiti volantini in cinese chiedendo alla comunità di ribellarsi, ed è stata esposta denuncia all’Ambasciata cinese a Roma, che ha attivato i canali istituzionali del caso.
La sera per le strade sono state organizzate ronde a protezione dei negozi e alcuni commercianti intervistati hanno affermato di essere pronti a difendersi “anche con i coltelli” se necessario.
Il motivo di questa serrata anti – pizzo è semplice, come spiega M. Sacchetti, docente dell’Istituto Orientale di Napoli: “i cinesi sono gente abituata a lavorare sodo per tantissime ore al giorno. Fanno una vita molto dura proprio per risparmiare dei soldi che poi investono in altre attività. Dunque prima di cedere alle minacce di qualcuno che vuole farli pagare il pizzo ce ne vorrà”.
Una cosa è certa: i cinesi sono immigrati silenziosi, ma tra il silenzio e l’omertà hanno saputo che cosa scegliere.
Anche se il rifiuto dell’omertà rischia di rendere più difficoltosa la loro integrazione.

 

Fonti:
www.sisde.it
www.lospettro.it
www.italychina.org
R. Saviano. Gomorra A. Mondatori Editore. Milano, 2006.


© LiberaMENTE MAGAZINE 18 Novembre 2007