La Strana Metamorfosi del Sindacato Rosso
di Giulio Paolicchi

La prendo un po’da lontano, inevitabilmente: poco dopo la morte di Bruno Trentin ascoltai la registrazione di un suo intervento ( mandato in onda come commemorazione della morte) in occasione della presentazione del suo ultimo libro, del 2002, che parlava della capacità di libertà ed autodeterminazione dei lavoratori rappresentata ormai solo dalla “formazione professionale” in quanto unico elemento capace di conferire al soggetto un reale potere contrattuale dinanzi alle sempre più frequenti fasi di ristrutturazione.

In altre parole, la tesi era la seguente: fino a pochi decenni fa pensavamo che la libertà del lavoratore fosse determinata dal salario ma quest’ultimo dipende dal mantenimento del posto di lavoro che è, ormai, un fattore del tutto incontrollabile dal dipendente in quanto determinato da problematiche che non lo implicano più e forse non implicano più, considerando il mercato nella sua dimensione globale o interdipendente, neppure il datore di lavoro, “costretto” a ristrutturare continuamente l’azienda per mantenere un efficace livello di competitività ovvero per contenere sempre di più il costo del lavoro. Ma se il lavoratore riuscirà a costruire una sua propria professionalità, robusta e soprattutto flessibile, sarà in grado di soddisfare la maggior parte delle richieste di “riconversione” o “ricollocazione”. E’ una tesi che oggi trova molti sostenitori ma occorre osservare, intanto, che con il dilagare dell’automazione la richiesta di mano d’opera specializzata diminuisce in continuazione, servono sempre più braccia e sempre meno cervelli e poi che, comunque, la delocalizzazione delle produzioni fa si che la partita si giochi ancora sui livelli retributivi: è ovvio che se un’azienda trasferisce le linee di produzione in India od a Taiwan il problema della professionalità neppure si pone giacché un ingegnere indiano guadagna un ventesimo del suo collega tedesco.

E ascoltando le parole di Trentin non potevo non ricordare come, fra tutti i coccodrilli scritti in sua memoria, i più riconoscenti o celebrativi fossero stati quelli dei quotidiani più "moderati" per i quali il suo maggior merito (per Ichino, unitamente a Lama) era stato, senza dubbio, l’aver trasmutato la sostanza dell'azione sindacale: dalla centralità del salario e delle tutele alla loro relativizzazione o marginalizzazione o, ancora, alla loro "surroga" con altre "variabili" (per esempio la formazione professionale...); una “lettura” corretta, lo dimostra il fatto che oggi la valutazione in ambito sindacale di certi accordi siglati in occasione di ristrutturazioni aziendali (normalmente dolorosissime), poggia soprattutto sui punti che trattano di “formazione”, quasi mai sui trattamenti economici.

In buona sostanza i Lama e i Trentin, negli anni ’70 ed ’80, hanno realmente cambiato il modo e la sostanza di “fare sindacato” provocando, come effetto a lunga scadenza delle loro svolte, il più radicale e spettacolare rovesciamento in negativo del rapporto tra salario e profitti a tutto vantaggio di questi ultimi fino al punto che oggi il salario è una variabile dipendente ed il profitto è l’a-priori, la pre-condizione che giustifica l’intero sistema; le conseguenze disastrose di questa specie di svolta copernicana si sono viste già a partire dai primi anni ’90: per esempio con l’accordo del ’93 (governo Ciampi) su moderazione salariale e concertazione con il quale si sancì in pratica che la competitività di un’azienda non è sostenuta dagli investimenti per la ricerca, l’innovazione, la qualità -cioè dall’aumento del rischio d’impresa- ma dal contenimento dei salari (chi rischia di meno guadagna di più...) oppure con la legge Treu sul riconoscimento delle fattispecie di lavoro precario, emanata con il plauso di Cofferati, che ha notevoli parentele con la istituzione del salario differito per i neo-assunti (anni ’70) benedetta dallo stesso Luciano Lama.

Ma Lama e Trentin, è indispensabile ricordarlo, non erano soltanto dirigenti sindacali, erano anche e soprattutto dirigenti della sinistra storica (leggi PCI-PDS-DS) ed è questo il motivo per cui sindacato e politica, dagli anni ’80 in poi, si sono sempre più spesso trovati insieme nel sostenere la necessità di moderare le pretese salariali e ad aumentare i sacrifici (oltre a quello fiscale) in favore dello sviluppo; così il salario è divenuto LA “variabile dipendente”: dipendente dalla produttività, dalla professionalità, da un sacco di altre cose tranne dalla considerazione che esso rappresenta la quantificazione del fatto che il lavoratore non vede neppure un centesimo del cosiddetto plusvalore di marxiana memoria.

Un po’ più complesso è invece interpretare le ragioni di quella svolta ma dovendo sceglierne una “portante” propendo decisamente per la possibilità che i cambiamenti sociali seguiti al boom economico degli anni ’60, abbiano imposto al sindacato di sinistra (attenzione, con questo termine intendo precisamente la “nomenklatura” della CGIL), soprattutto considerata la reciprocità funzionale con il PCI di allora già in forte odore di compromesso storico, una profonda riflessione sulla sua possibilità di sopravvivenza all’interno di un modello di sviluppo di tipo liberal-consumistico ampiamente accettato, si poneva cioè il problema della “compatibilità” con il

capitalismo per non essere tagliati fuori dalla gestione di una fetta di potere, quello nei luoghi di lavoro: così, mentre la sinistra storica aveva pressoché già compiuto la sua scelta politico-economica sposando la (retorica) visione positivista della “modernizzazione del paese” e con essa il sistema del libero mercato rinunciando del tutto alla costruzione di un’alternativa, il sindacato del dopo “autunno caldo” si trovava, in pratica, ad aver messo in pericolo la stabilità dell'economia capitalistica e del potere aziendale e perciò lo stesso potere sindacale nelle fabbriche.

Fu dunque in quel periodo che, prima Lama e poi Trentin, dettero inizio ad un vigoroso cambiamento di rotta per imbrigliare le spinte egualitarie più radicali, il cui più vistoso effetto fu la ridefinizione del salario che abbiamo descritto: nell’ultimo ventennio gli stipendi dei top-manager sono aumentati nell’ordine di 4-5 volte e i profitti delle imprese sono decuplicati ma i salari dei lavoratori sono aumentati di poco più del 45%.

Sicché provo ben poca meraviglia nel leggere i rapporti sul declino delle adesioni al sindacato di sinistra negli ultimi dieci anni e trovo irrimediabilmente comico il profluvio di analisi socio-antropologiche sulla disaffezione dei lavoratori per il movimento sindacale (che pure in Italia è bassissima rispetto al panorama europeo); il povero Abramo Lincoln diceva che si può ingannre qualcuno per sempre o tutti per breve tempo ma che giammai si può ingannare tutti per sempre ed aveva ragione da vendere: non puoi pensare di far passare politiche di destra senza che nessuno se ne accorga solo perché usi un lessico di sinistra o di “sterilizzare” il potenziale reattivo, creativo ed alternativo del movimento dei lavoratori senza che questo ti si rivolti contro, solo perché lo invochi nei discorsi ufficiali.


© LiberaMENTE MAGAZINE 4 maggio 2008