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Stupro. Una Storia d'Amore
di Elena Refraschini

Impossibile evitarlo: questo libro attrae per via del titolo, così oscenamente ossimorico; è un titolo che si impone per la sua brutalità, per quella parola messa da sola a reggere tutto il narrato: “stupro” – e per ciò che ad esso viene incredibilmente accostato: “una storia d’amore”.

Questo breve romanzo della Oates, uscito nel 2003, narra di un evento catastrofico e delle sue ripercussioni avvenuti nella piccola città di Niagara Falls ad una donna, Teena Maguire, e a sua figlia dodicenne Bethel. In un esplosivo primo capitolo, significativamente posto come incipit, ci viene brevemente citato l’episodio scatenante: dopo i festeggiamenti per il 4 di Luglio, Teena e Bethel decidono di tornare a casa – ma anziché percorrere le strade illuminate, Teena vuole prendere una scorciatoia nel parco di Rocky Point, poco illuminato ma così “bello”, così “bella” anche la laguna e il riflesso rotto della luna in essa. Lì cominciano ad essere inseguite da un gruppo di ragazzi, probabilmente drogati di metadone, che le portano verso una rimessa per barche; qui la madre viene brutalmente violentata, mentre la figlia, che miracolosamente è riuscita a scappare, è costretta ad ascoltare tutto dal suo nascondiglio fatto da canoe rovesciate. I ragazzi se ne vanno, lasciando Teena sanguinante e apparentemente morta sul suolo. In questo capitolo ci viene gia mostrato ciò che sarà il fulcro della narrazione, cioè l’effetto che lo stupro ha sulle vittime, sui perpetratori e sulla comunità in generale: Teena viene accusata di “essersela cercata”, vestendosi da teenager ed esibendo sempre quel suo comportamento provocatorio e disinvolto – una cattiva madre, che porta la figlia a feste da ubriaconi il 4 di Luglio e poi attraverso il parco di Rocky Point dove magari voleva convincere quei ragazzi a fare sesso con lei – magari a pagamento?

La maggior parte della narrazione è fatta dal punto di vista di Bethel: questo forse per sottolineare che non sono soltanto le vittime dirette di un crimine a soffrirne, ma anche i testimoni? Attraverso l’inusuale narrazione in seconda persona singolare, viene evidenziato come Bethel sia costretta a maturare velocemente, e quanto il tragico evento rappresenti uno spartiacque nella sua vita: il “prima” era l’infanzia, il tempo perduto, il tempo della felicità con la mamma un po’ esuberante a cui voleva tanto bene; e poi c’è il “dopo”, quello di tutta la città che sussurra alle sue spalle, quello in cui lei non è Bethel, dodicenne biondina, ma è “quella ragazza, la figlia di Teena Maguire”; quello in cui avrà paura perché riesce ad identificare gli stupratori, diventando così mira dell’odio delle loro famiglie, dei loro vicini, dei loro amici, delle loro ragazze. E non basterà la protezione della polizia a rassicurarla. Niente potrà calmarla, niente potrà farle smettere di avere paura della morte della mamma. Questa, dopo alcuni giorni di cura intensiva, supera lo stato di coma e piano piano ritorna in vita: ma non sarà mai più la stessa Teena – quella Teena che era benvoluta dalla città, quella che era rimasta vedova del marito ucciso dal cancro qualche anno prima; questa nuova Teena è senza vita, tanto che nemmeno il fidanzato Casey riuscirà veramente a guardarla negli occhi e ad amarla. Ha paura, anche Teena: specialmente dopo che l’udienza preliminare si rivela un completo fallimento (un “deragliamento”, come lo definisce Dromoor, il poliziotto che per primo soccorre la donna immersa in un lago di sangue nella rimessa) in cui la verità viene distorta e privata del suo valore. Teena subisce un crollo e smette di credere nella giustizia, disgustata e distrutta dall’impotenza del sistema giudiziario.

In pasto ai media senza scrupoli che mettono in prima pagina interviste alle madri degli stupratori, distrutte per i loro figli infangati, Teena e Bethel verranno salvate da un silenzioso angelo vendicatore, che in episodi semi-raccontati (perché il fatto in sé avverrà sempre “off-camera”, l’autrice lascia che sia il lettore ad immaginarlo) si fa giustizia da sé eliminando uno ad uno gli stupratori.

Non potendo svelare l’identità di questo personaggio-chiave, possiamo però affermare che è proprio lui la metà della “storia d’amore” del titolo: la figlia Bethel, infatti, proverà una fortissima infatuazione per colui che salverà lei e la madre, infatuazione che è un “coltello a doppia lama” – perché lo ama per sé stessa, e per la madre “che non può amarlo”.

Questa ferita rimarrà per sempre impressa nella memoria della figlia, che anche a distanza di una ventina d’anni, ormai sposata e trasferitasi a New York, non potrà trattenersi dall’assentarsi momentaneamente e volare a quell’anno, quell’anno che separa il “prima” dal “dopo”, quell’anno che la costrinse ad una inevitabile solitudine anche di fronte al marito, il quale (non a caso) chiude il libro con le seguenti parole: “Sembravi così sola, all’improvviso. Come se ti fossi dimenticata che io sono qui”. Perché solo un uomo può capire la bruttezza ma anche l’amore che Bethel ha lasciato a Niagara Falls, e quell’uomo non è suo marito.


© LiberaMENTE MAGAZINE 04 Novembre 2007