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Tecno India
di Silvia Carena

“Quando avrete abbattuto l'ultimo albero, quando avrete pescato l'ultimo pesce, quando avrete inquinato l'ultimo fiume, allora vi accorgerete che non si può mangiare il denaro...” (Proverbio Indiano)

Entro il 2009 tutti i cittadini indiani potranno navigare su Internet gratis; forse non avranno di che sfamare i loro (spesso numerosissimi) figli, ma il magico mondo del web sarà a loro disposizione, con tutte le sue offerte e i suoi differenti stimoli.
Il governo di Nuova Delhi si ripropone infatti di incrementare l’utilizzo dei services provider nazionali BSNL e MTNL, utilizzando l’ Universal Service Obligation Fund, un fondo nazionale le cui ingenti somme verranno utilizzate, almeno in parte, per dotare la nazione di una rete di cavi in fibra ottica e realizzare così il sogno di un “wireless broadband municipale”.
Leggendo questa notizia mi chiedo se i governanti indiani non stiano precorrendo i tempi, tentati dalle ben note chimere che la globalizzazione nasconde.

L’India che ho visto con i miei occhi è un Paese arretrato, dove la povertà è immensa, e i diritti fondamentali alla salute, all’istruzione, alla libera espressione della propria individualità non sono sempre garantiti. Il rapporto 2007 del Dipartimento di Stato USA sui diritti umani denunciava un atteggiamento costantemente garantista da parte del governo indiano di fronte alle violazioni dei diritti fondamentali; sembra che il governo di Nuova Delhi non faccia nulla per prevenirle, specie nel campo del diritto al cibo e in tutti i casi di discriminazioni legate alla casta d’appartenenza..
Il rapporto osserva che “il sistema indiano delle caste  è del tutto non democratico e basato sul concetto di ineguaglianza , e ogni tentativo di cambiare questo sistema crea la reazione di chi vuole mantenere lo status quo (…). Omicidi per ragioni di dote, delitti d’onore, infanticidi femminili, feticidi, traffico di esseri umani, sfruttamento e lavoro minorile, sono tutte conseguenze di un sistema feudale patriarcale fondato sulle caste.

L’India  è un paese sottosviluppato, dove metà della popolazione (430 milioni di abitanti) è analfabeta e vive con un dollaro al giorno; ma, come afferma Blondet nell’interessantissimo “Schiavi delle banche”, questo terzo mondo contiene al suo interno un nuovo “primo mondo”,  che ha un nome: IIT (INDIAN INSTITUTE OF TECHNOLOGY). Fondato sul modello del prestigioso MIt (Massachussets Institute of Technology) l‘IIT è un “prodotto della spontaneità imprenditoriale indiana , di una volontà politica progressista, quale quella che animava i primi dirigenti dell’India all’indomani dell’indipendenza, nel 1946. Fu infatti Nehru, il primo Presidente indiano ad inaugurare il primo IIT nel 1950.”
A questo Istituto vennero devolute  ingenti risorse economiche, ovviamente sottratte ad altri settori, come quello della previdenza sociale e dell’agricoltura.
Nehru sognava un’India autosufficiente, e nella tecnologia vedeva la speranza per un futuro migliore. Oggi alla periferia di Delhi si vedono uomini malati e senza casa seduti in mezzo al fango, con i vestiti stracciati e le ossa sporgenti, ma con in mano un telefonino di ultima generazione. 
La globalizzazione conquista ed ammalia, ma nella sua natura risiedono contraddizioni e contrasti, pericoli e false speranze.
Se oggi Madre Teresa potesse vedere la sua Calcutta stenterebbe a riconoscerla.
Quella che lo scrittore tedesco Gunter Grass definì “un cadavere che continua a decomporsi” è oggi la città simbolo della nuova ricchezza indiana. A Calcutta negli utlimi due anni sono sorti 500 ristoranti, ed enormi “shopping mall”, dove i nuovi ricchi possono acquistare i capi delle collezioni Dolce & Gabbana, mentre il traffico scorre veloce sulle nuove arterie sopraelevate che hanno sostituito alberi secolari e contribuito alla sparizione di falchi, avvoltoi e svariate specie di uccelli rari.

Tutto è sacrificato al Dio Progresso, che assume la forma del mitico Ganesh, la divinità indiana dalla testa d’elefante, propiziatrice di fortuna e ricchezza.
Nessuno fa più caso agli abitanti degli “slums”, le periferie disastrate, ai portatori di risciò a mano, che faticano come prima e più di prima, in una città dove si muore ancora per le strade e i bambini piangono nudi in mezzo alla polvere.
Bangalore, cittadina dell’India centro – meridionale dà oggi lavoro a più di 150 mila ingegneri che si occupano della manutenzione dei software di multinazionali americane, piuttosto che europee.
American Express e Société Generale hanno ormai affidato tutte le pratiche elettroniche relative al trattamento dei dati agli indiani, così come hanno fatto  la British Telecom (che ha spostato in India l’elaborazione dei dati dei clienti e delle bollette), la British Rail, la Swissair e la Lufthansa.
Per le imprese straniere è conveniente lasciare gli ingegneri indiani in patria, dove il costo della vita è di gran lunga inferiore, e lo stipendio non arriva ad un terzo di quello richiesto da un ingegnere americano. Quando in America tutti dormono, gli indiani lavorano, gestiscono dati, elaborano modifiche ai software, oppure rispondono alle richieste di qualsiasi cliente sfoderando un ottimo accento inglese o americano (a seconda della provenienza della chiamata).

Questa nuova tipologia di lavoratori “a distanza”, che vende a basso prezzo la propria intelligenza,  proviene perlopiù da un’altra casta appartenente alla tradizione hindu: la casta dei brahmani, ovvero degli insegnanti – sacerdoti. Depositari della sapienza hindu e degli inni vedici, tramandati di generazione in generazione e recitati in occasione dei sacrifici religiosi, i brahmani, dovendo imparare a leggere le scritture sacre, studiavano il sanscrito, lingua morta come il latino e il greco, per il cui apprendimento sono necessari sia il ragionamento logico che il pensiero astratto.
I brahmani venivano instradati allo studio della filosofia tradizionale, e conoscevano i complessi sillogismi della logica scolastica hindu (Nyaya). Non risulta difficile comprendere come questo lascito generazionale sia stato fondamentale per lo sviluppo della nuova “casta” di ingegneri indiani. Il sanscrito, così come il latino, facilitano enormemente la comprensione degli algoritmi che stanno alla base di qualsiasi software, e i giovani brahmani hanno saputo utilizzare la loro predisposizione in maniera ottimale: negli ultimi cinque anni più di 10 mila posti di lavoro di livello ingegneristico o impiegatizio si sono letteralmente “spostati” dall’Inghilterra all’India. In America si parla di 500 mila posti di lavoro che verranno trasferiti in India entro il 2008.

E l’India cosa otterrà in cambio?

Per ora questo affascinante e complesso Paese resta sospeso, tra speranze di nuovi boom, e valutazioni meno ottimistiche, come quella dello stesso Governo Indiano, che prevede nel 2008 un rallentamento della crescita del PIL, con un tasso inferiore all’8%, ed una successiva fase di stabilizzazione della durata di circa 3-4 anni.
Il Governo di Nuova Delhi mostra inoltre una forte preoccupazione per la tensione sociale che lo sviluppo economico ha portato con sé: un’inflazione galoppante ha portato all’aumento sconsiderato dei prezzi di consumo, cosicché, mentre la ristretta cerchia dei “ricchi” può condurre uno stile di vita consumistico, una fetta considerevole della popolazione indiana rimarrà sempre più emarginata, esclusa dai benefici dello sviluppo economico ed inesorabilmente più povera.

L’India sembra insomma esser stata presa nella rete, avvinta dalla ragnatela del post-modernismo, quasi incantata dalle sue promesse non sempre veritiere.
E come un animale preso in trappola sta cercando di divincolarsi con tutte le sue forze, facendo appello all’inesauribile energia della sua gente, oltre che all’intelligenza dei suoi giovani.
Che, con o senza Internet, hanno tutte le carte in regola per migliorare la loro condizione e quella del loro popolo, mirando ad uno sviluppo più sostenibile e meno utopistico.

 

Fonti:

M. Blondet: “Schiavi delle banche”. Ed. Effedieffe, 2004.
www.italiasociale.org
www.quadrantefuturo.it


© LiberaMENTE MAGAZINE 4 maggio 2008