“Quando
avrete abbattuto l'ultimo albero, quando avrete pescato l'ultimo pesce, quando
avrete inquinato l'ultimo fiume, allora vi accorgerete che non si può mangiare
il denaro...” (Proverbio Indiano)
Entro
il 2009 tutti i cittadini indiani potranno navigare su Internet gratis; forse
non avranno di che sfamare i loro (spesso numerosissimi) figli, ma il magico mondo
del web sarà a loro disposizione, con tutte le sue offerte e i suoi differenti
stimoli.
Il governo di Nuova Delhi si ripropone
infatti di incrementare l’utilizzo dei services provider nazionali BSNL
e MTNL, utilizzando l’ Universal Service
Obligation Fund, un fondo nazionale le cui ingenti somme
verranno utilizzate, almeno in parte, per dotare la nazione di una rete di cavi
in fibra ottica e realizzare così il sogno di un “wireless
broadband municipale”.
Leggendo questa
notizia mi chiedo se i governanti indiani non stiano precorrendo i tempi, tentati
dalle ben note chimere che la globalizzazione nasconde.
L’India
che ho visto con i miei occhi è un Paese arretrato, dove la povertà è immensa,
e i diritti fondamentali alla salute, all’istruzione, alla libera espressione
della propria individualità non sono sempre garantiti. Il rapporto 2007 del Dipartimento
di Stato USA sui diritti umani denunciava un atteggiamento costantemente garantista da parte del governo indiano di fronte alle violazioni
dei diritti fondamentali; sembra che il governo di Nuova Delhi non faccia nulla
per prevenirle, specie nel campo del diritto al cibo e in tutti i casi di discriminazioni
legate alla casta d’appartenenza..
Il rapporto
osserva che “il sistema indiano delle caste
è del tutto non democratico e basato sul concetto di ineguaglianza
, e ogni tentativo di cambiare questo sistema crea la reazione di chi vuole mantenere
lo status quo (…). Omicidi per ragioni di dote, delitti d’onore, infanticidi femminili,
feticidi, traffico di esseri umani, sfruttamento e lavoro
minorile, sono tutte conseguenze di un sistema feudale patriarcale fondato sulle
caste.”
L’India è un paese sottosviluppato, dove metà
della popolazione (430 milioni di abitanti) è analfabeta e vive con un dollaro
al giorno; ma, come afferma Blondet nell’interessantissimo
“Schiavi delle banche”, questo terzo mondo contiene al suo interno un nuovo “primo
mondo”, che ha un nome: IIT (INDIAN INSTITUTE
OF TECHNOLOGY). Fondato sul modello del prestigioso MIt
(Massachussets Institute of Technology) l‘IIT è un “prodotto della spontaneità imprenditoriale
indiana , di una volontà politica progressista, quale quella che animava i primi
dirigenti dell’India all’indomani dell’indipendenza, nel 1946. Fu
infatti Nehru, il primo Presidente indiano ad
inaugurare il primo IIT nel 1950.”
A questo
Istituto vennero devolute ingenti
risorse economiche, ovviamente sottratte ad altri settori, come quello della previdenza
sociale e dell’agricoltura.
Nehru sognava
un’India autosufficiente, e nella tecnologia vedeva la speranza per un futuro
migliore. Oggi alla periferia di Delhi si vedono uomini malati e senza casa seduti
in mezzo al fango, con i vestiti stracciati e le ossa sporgenti, ma con
in mano un telefonino di ultima generazione.
La globalizzazione conquista
ed ammalia, ma nella sua natura risiedono contraddizioni e contrasti, pericoli
e false speranze.
Se oggi Madre Teresa potesse vedere la
sua Calcutta stenterebbe a riconoscerla.
Quella
che lo scrittore tedesco Gunter Grass definì “un cadavere
che continua a decomporsi” è oggi la città simbolo della nuova ricchezza indiana.
A Calcutta negli utlimi due anni sono sorti 500 ristoranti,
ed enormi “shopping mall”, dove i nuovi ricchi possono
acquistare i capi delle collezioni Dolce & Gabbana, mentre il traffico scorre
veloce sulle nuove arterie sopraelevate che hanno sostituito alberi
secolari e contribuito alla sparizione di falchi, avvoltoi e svariate specie
di uccelli rari.
Tutto
è sacrificato al Dio Progresso, che assume la forma del mitico Ganesh,
la divinità indiana dalla testa d’elefante, propiziatrice di fortuna e ricchezza.
Nessuno
fa più caso agli abitanti degli “slums”, le periferie
disastrate, ai portatori di risciò a mano, che faticano come prima e più di prima,
in una città dove si muore ancora per le strade e i bambini piangono nudi in mezzo
alla polvere.
Bangalore, cittadina dell’India
centro – meridionale dà oggi lavoro a più di 150 mila ingegneri che si occupano
della manutenzione dei software di multinazionali americane, piuttosto che europee.
American Express e Société Generale hanno ormai affidato tutte le pratiche elettroniche
relative al trattamento dei dati agli indiani, così come hanno fatto
la British
Telecom (che ha spostato in India l’elaborazione
dei dati dei clienti e delle bollette), la British Rail, la Swissair
e la Lufthansa.
Per le imprese straniere
è conveniente lasciare gli ingegneri indiani in patria, dove il costo della vita
è di gran lunga inferiore, e lo stipendio non arriva ad un terzo di quello richiesto
da un ingegnere americano. Quando in America tutti dormono, gli indiani lavorano,
gestiscono dati, elaborano modifiche ai software, oppure rispondono alle richieste
di qualsiasi cliente sfoderando un ottimo accento inglese o americano (a
seconda della provenienza della chiamata).
Questa
nuova tipologia di lavoratori “a distanza”, che vende a basso prezzo la propria
intelligenza, proviene perlopiù da
un’altra casta appartenente alla tradizione hindu: la casta dei brahmani, ovvero degli insegnanti – sacerdoti. Depositari
della sapienza hindu e degli inni vedici, tramandati di generazione in generazione
e recitati in occasione dei sacrifici religiosi, i brahmani, dovendo imparare a leggere le scritture sacre, studiavano
il sanscrito, lingua morta come il latino e il greco, per il cui apprendimento
sono necessari sia il ragionamento logico che il pensiero astratto.
I
brahmani venivano instradati
allo studio della filosofia tradizionale, e conoscevano i complessi sillogismi
della logica scolastica hindu (Nyaya). Non risulta difficile
comprendere come questo lascito generazionale sia stato fondamentale per lo sviluppo
della nuova “casta” di ingegneri indiani. Il sanscrito, così come il latino, facilitano
enormemente la comprensione degli algoritmi che stanno alla base di qualsiasi
software, e i giovani brahmani hanno saputo utilizzare
la loro predisposizione in maniera ottimale: negli ultimi cinque anni più di 10
mila posti di lavoro di livello ingegneristico o impiegatizio
si sono letteralmente “spostati” dall’Inghilterra all’India. In America si parla
di 500 mila posti di lavoro che verranno trasferiti in
India entro il 2008.
E
l’India cosa otterrà in cambio?
Per
ora questo affascinante e complesso Paese resta sospeso, tra speranze di nuovi
boom, e valutazioni meno ottimistiche, come quella dello stesso Governo Indiano,
che prevede nel 2008 un rallentamento della crescita del PIL, con un tasso inferiore
all’8%, ed una successiva fase di stabilizzazione della durata di circa 3-4 anni.
Il Governo di Nuova Delhi mostra inoltre una forte preoccupazione
per la tensione sociale che lo sviluppo economico ha portato con sé: un’inflazione
galoppante ha portato all’aumento sconsiderato dei prezzi di consumo, cosicché,
mentre la ristretta cerchia dei “ricchi” può condurre uno stile di vita consumistico,
una fetta considerevole della popolazione indiana rimarrà sempre più emarginata,
esclusa dai benefici dello sviluppo economico ed inesorabilmente più povera.
L’India
sembra insomma esser stata presa nella rete, avvinta dalla ragnatela del post-modernismo,
quasi incantata dalle sue promesse non sempre veritiere.
E come
un animale preso in trappola sta cercando di divincolarsi con tutte le sue forze,
facendo appello all’inesauribile energia della sua gente, oltre che all’intelligenza
dei suoi giovani.
Che, con o senza Internet, hanno tutte le carte
in regola per migliorare la loro condizione e quella del loro popolo, mirando
ad uno sviluppo più sostenibile e meno utopistico.
Fonti:
M.
Blondet: “Schiavi delle banche”. Ed.
Effedieffe, 2004.
www.italiasociale.org
www.quadrantefuturo.it