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The Show Must Go Down
di Giulio Paolicchi

Uno “show”, uno spettacolo, è ANCHE la dimostrazione, la manifestazione che fornisce la prova argomentata, diretta e pubblica, di una capacità o di un “sistema di pensiero”: è dunque, eminentemente, comunicazione ed, in questo senso, terreno elettivo della politica; sicché non vi sarebbe alcunché di fuorviante o falso se il discorso politico si esplicitasse anche tramite arricchimenti visivi e verbali, se fosse “rinvigorito” da forti sottolineature estetiche ed emozionali. Nell’era della comunicazione omnidirezionale ed ubiquitaria, della inondazione e saturazione multimediale di ogni spazio privato, perfino il più nascosto ed intimo, il messagio politico, tipicamente denso di contenuto ed impegnativo, non avrebbe alcuna speranza di emersione se non fosse corroborato, appunto, da una certa spettacolarità, se non fosse cioè anche un po’ stuzzicante e divertente.

Ma se è vero che la dimensione, oltre certi ordini di grandezza, può alterare la qualità di un fenomeno, insomma che la quantità può mutare la sostanza, la nostra esperienza quotidiana di cittadini ci dice che la spettacolarizzazione della “nostra” politica ha completamente obnubilato l’essenza delle questioni trattate, ne ha fatto “altro” da ciò che sono: nel senso che il tratto più squisitamente emotivo e sensazionalistico del “discorso politico” ha in qualche modo sostituito il merito dei temi in discussione e la politica è trasmutata in “spettacolo e basta”, pura “messa in scena”.

Tuttavia non si tratta soltanto, come si potrebbe semplicisticamente pensare, di malcostume, di scarsa tensione etica o di inettitudine/inadeguatezza del ceto politico; ciò che è successo alla “politique politicienne” italiana in questi ultimi quindici anni è, al contrario, una metamorfosi molto più complicata, sfaccettata e profonda di quanto si possa immaginare e del tutto trasparente all’uso delle categorie del senso comune: le trasformazioni sociali succedutesi dai primi anni ’90 sono state talmente numerose, incalzanti, convulse e complesse che il filo della rappresentanza (ove ciò significhi “capacità di capire ed interpretare” correttamente le istanze dei “rappresentati”) si è lentamente sfilacciato fino a dissolversi completamente, sicché la classe politica sempre più si trova a parlare “a vuoto” e parlerebbe, ormai, perfino “nel vuoto” se non avesse convertito la sua azione in puro spettacolo, mettendo in scena se stessa esattamente come un “reality show” televisivo di successo.

La distanza fra i “palazzi” e il punto di vista dei loro “rappresentati” è siderale; se per i cittadini la “politica” è una brutale necessità, un affare strettamente quotidiano nella misura in cui fra i loro bisogni e le loro “proposte” esiste una corrispondenza obbligatoriamente diretta, per i politici la politica è pura astrazione, ossia manipolazione di simboli senza necessità di legami con bisogni che non conoscono (e, di fatto, misconoscono): in altre parole loro viaggiano in una dimensione del tutto asincrona con il vivere civile ed esclusivamente teoretica, la loro attività è un esercizio strettamente formale, simbolico, i cui unici (ancorché apparenti) legami con la realtà restano (forse) i sondaggi di opinione.

Lo “spettacolo” o “messa in scena” della politica viene così ad essere (inevitabilmente) l’unica forma praticabile ed accettabile di rapporto con i cittadini: attori e spettatori. E poiché un attore non recita sempre lo stesso copione né -viceversa- può portare in scena la sua vita reale, il “discorso politico” non può ancorarsi ad un ideale né discutere intorno a temi pratici circoscritti dai termini della loro realtà: da qui, per esempio, il continuo rilancio di promesse platealmente irrealistiche nonché grossolanamente inconciliabili fra loro cui abbiamo assistito durante la campagna elettorale appena conclusa (salario minimo garantito, licenza di “squatting”, abolizione di tasse e tributi vari, realizzazione di opere infrastrutturali faraoniche, aiuti alle famiglie ecc. ecc. ecc.) .

In ogni caso, sarà bene tenere presente che ogni spettacolo di successo che si rispetti non può prescindere dalla sentita partecipazione del pubblico che, in fondo, è l’unico sostegno, l’unica ragione di permanenza sulla scena degli attori…


© LiberaMENTE MAGAZINE 20 aprile 2008