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Un Cuore Grande
di Elena Refraschini

A Mighty Heart narra la storia vera del rapimento conclusosi in tragedia del reporter americano Daniel Pearl (Dan Futterman) e della sua disperata ricerca condotta dalla moglie Mariane (Angelina Jolie), il tutto ambientato nel 2002 a Karachi, Pakistan: una città spietata, incredibilmente affollata, disperata, impenetrabile dall’occhio occidentale.

Il regista Michael Winterbottom, con il suo caratteristico stile documentario, fornisce la necessaria immediatezza e durezza al complesso narrativo che procede accumulando abilmente la tensione fino all’inevitabile climax drammatico finale.

Tratto dall’omonimo libro di memorie scritto dalla vedova, il film non ha la pretesa di descrivere l’intricato mondo del terrorismo internazionale, ma fa vedere su un piano umano quanto la sua crudeltà può sconvolgere le vite di un eterogeneo gruppo di persone: una giornalista francese buddista con sangue olandese e cubano, un’altra giornalista indiana cresciuta negli Stati Uniti, un ufficiale pachistano musulmano e alcune altre. La diversità interna a questo gruppo costituisce già in sé il nucleo del messaggio di pace e solidarietà che il film vuole trasmettere: persone di diverse fedi e culture che mettono da parte le loro differenze per riuscire a trovare Danny, giornalista ebreo americano con una grande passione per le persone e per la verità. Il ritratto di Danny viene fatto “in assenza”, in quanto la maggior parte delle volte che compare sullo schermo, lo fa attraverso i flashback che mostrano i ricordi felici di Mariane durante i loro quattro anni di matrimonio passati in giro per il mondo; Danny viene mostrato come una personalità carismatica e curiosa che affronta il mondo con fiducia senza essere ingenua, con serietà ma senza mai dimenticare il senso dell’umorismo; amava le persone, i luoghi, le culture, amava trovare l’insolito nell’ordinario. È proprio grazie agli sprazzi che ci vengono mostrati del grande spirito di Danny, che risulta incomprensibile e inaccettabile la sua brutale fine ad opera di una vasta rete di estremisti islamici. Ma l’accento non viene messo sulle differenze di cultura, sulla rabbia, sull’odio: è bensì posto sulla fratellanza, sulla comprensione, sulla solidarietà, sul dialogo che sempre come allora è necessario riuscire ad instaurare per costruire passo dopo passo un mondo migliore. Era questo lo straordinario ideale del giornalista Daniel Pearl: ed è ancora questo che, grazie anche al film, deve sopravvivere oggi con noi. 


© LiberaMENTE MAGAZINE 18 Novembre 2007