| L'Uomo dell'Anno |
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| di
Elena Refraschini |
| Questa pellicola,
pubblicizzata anche in Italia come commedia, richiede invece che le
si dedichi molta più attenzione di quanta ci si aspetterebbe. Il film parla del un conduttore televisivo Tom Dobbs, molto irriverente e “politically incorrect” (come potrebbero esserlo i celeberrimi Jon Stewart e Stephen Colbert in America) a cui un membro dell’audience suggerisce di candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti. Dobbs all’inizio liquida la proposta con una risata, ma le puntuali statistiche dei giorni seguenti indicano che se veramente lui entrasse in gara, avrebbe una seria possibilità di vittoria; Dobbs decide così di candidarsi, forte del supporto dei suoi fans su internet e sicuro del proprio impatto come personalità televisiva. Dopo aver trovato la sua tecnica comunicativa che consiste nel denunciare i problemi degli Stati Uniti, dando voce allo scontento di gran parte della popolazione ma senza smettere di essere divertente, Tom ha anche la possibilità di partecipare ad un dibattito televisivo, dove deve tenere testa al candidato favorito democratico Kellogg e quello repubblicano; un applauso con tanto di “standing ovation” da parte del pubblico mostra chiaramente chi sia a contatto con il popolo americano portando nell’arena politica idee nuove e reali. Ma
è qui che la trama si complica e assume pieghe inquietanti. Il congresso decide
di adottare un nuovo metodo elettronico di votazione, che eviterebbe code alle
urne e voti di incerta interpretazione: il programma in questione è creato dalla
Delacroy, per cui lavora Elanor
Green (Laura Linney); questa si accorge durante dei
test effettuati per scrupolo, che c’è un errore nel sistema; cerca di avvisare
il presidente della compagnia, ma viene liquidata senza problemi. Quando vede
però che Tom Dobbs inizia ad essere pericolosamente
vicino alla vittoria, decide di avvisare di persona i responsabili della Delacroy affermando che sarebbe un’imperdonabile
errore etico se venisse eletta la persona sbagliata alla presidenza degli
Stati Uniti; la posta in gioco però ora è troppo alta: il titolo in borsa della
compagnia è alle stelle e il programma sembra essere diventato l’invenzione del
secolo. Elanor, così, viene licenziata. Indignata, va a dormire – nella notte, però,
un uomo penetra in casa e le inietta una sostanza che si rivelerà poi essere un
miscuglio di droghe tra cui benzedrina e cocaina. La credibilità di Elanor, così, qualsiasi cosa avesse
ella in mente di fare, è definitivamente annullata. Quella
che sembrava essere partita come commedia basata sulla esilarante satira politica
statunitense, si trasforma così in un thriller politico dai risvolti inquietanti,
in cui ai dover dell’ufficio ovale si intrecciano gli interessi di
grandi corporations senza scrupoli. Il film ha ricevuto critiche abbastanza negative sia negli Stati Uniti che in Italia: credo che parte della colpa sia però attribuibile al tipo di pubblicità ad esso dedicata, che lo faceva sembrare una commedia divertente scritta apposta per il talentuoso e brillante Robin Williams, quando voleva invece essere soprattutto un thriller che mostra quanto potere possano arrivare ad avere i grandi gruppi industriali, oltre che quanto l’intero processo elettivo possa essere una truffa. Un ruolo di grande importanza lo assumono anche i media, che per primi alimentano il culto della personalità di Dobbs affinché tutto il pubblico arrivi ad amarlo. E mai come ora, come in queste elezioni (sicuramente più in quelle americane che nelle nostre appena concluse) i media si stanno rivelando importanti nel decretare “chi sale e chi scende” in quel gioco politico che non ammette errori. La pellicola si rivela, sotto questo aspetto, specchio di una realtà che ogni americano sta vedendo da più di un anno a questa parte, e che vedrà sicuramente fino al Novembre del 2009. Bisogna ammettere, quindi, che il film offre spunti interessanti su cui ragionare (sulla politica, i mass media, la manipolazione del consenso…) – e si dimostra certamente ingenuo sotto altri aspetti: sicuramente in quello di trasformarsi anche in love story (tra Dobbs e la Green): un tentativo di rendersi più “digeribile” presso un’audience che si aspetta un film leggero? Nonostante queste lacune, l’esperta regia e sceneggiatura di Barry Levinson (Good Morning, Vietnam) non deludono, e le interpretazioni sia di Williams e Linney, che di Christopher Walker (manager di Dobbs, piccolo protagonista di una sua “side story”) si dimostrano all’altezza dell’impegnativa vicenda raccontata.
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© LiberaMENTE MAGAZINE 20 aprile 2008 |