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La Verità e il Dubbio
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di Bruna Taravello
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“Dio è
con noi”. Quante volte questa semplice,lapidaria
frase ha significato violenza, sopraffazione, lutti.
Quante volte è stata lo strumento atrraverso il quale penetrare nella mente delle folle per
far accettare comportamenti palesemente in contrasto
con quanto si andava affermando in nome di Dio. Nel
dibattito europeo di questi ultimi anni, la contrapposizione
fra credenti e laici, o atei, si è andata radicalizzando
proprio per l’ampio raggio di eventi sui quali la
religione, specialmente in Italia, vuole essere la
nota di fondo che detta il ritmo e il tempo. Sembra
quindi non superflua un’analisi dello stato attuale
di questa disputa che ha avuto inizio in Francia,
con la pubblicazione del saggio divulgativo di Michel Onfray, un filosofo francese
che nel Merito di quest’autore è stato certamente il porre l’attenzione sulla crescente importanza che la fede riesce ad avere, anche grazie ad una sorta di contrapposizione cristianesimo-islam che sembra imporre una scelta di campo alle persone, che se laiche potrebbero avere una qualche indulgenza, o addirittura simpatia, per “gli altri”. Nel 2006 esce in Gran Bretagna un’opera di Richard Dawkins “The God delusion” che verrà pubblicata l’anno dopo in Italia; diciamo subito che il titolo non è una boutade, e la tesi è proprio quella di dimostrare che la figura di Dio, per quanto necessaria per le anime semplici che non riescono a capire, e ad accettare, il drammatico svolgersi di una qualunque vita umana, sia superflua in una mente indipendente e in salute. “Voi potete essere atei e felici, equilibrati, morali e soddisfatti di esserlo” dice nell’introduzione. Quindi anche il mondo anglosassone europeo (non trattiamo qui della contrapposizione religiosa negli Usa, argomento assai vasto) soffre della visione, pare maggioritaria, di un mondo guidato dalla parola di Dio. In Italia l’opera che recentemente ha scatenato più polemiche, anche eccessive rispetto al valore stesso del libro, è stato “Perchè non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici)” di Piergiorgio Odifreddi. In realtà ci sono state altre pubblicazioni su questo argomento, da noi particolarmente difficile da trattare per l’attenzione continua che il mondo cattolico rivolge a ciò che è novità, siano film, libri o dischi: in questo caso però, forse per lo stile divulgativo o per una buona campagna di lancio, il successo è stato notevole e quindi anche l’eco suscitata. Vogliamo però ricordare che, quasi contemporaneamente, altri autori, Augias, Ferraris o Zagrebelsky, hanno parlato della mistificazione delle opere cosiddette sacre, e del ruolo cruciale che svolgono per far accettare ai fedeli imposizioni e regole che nulla hanno di divino o di trascendente. In particolare quest’ultimo autore, un giurista ex presidente della Corte Costituzionale, è più volte intervenuto nel dibattito che in Italia coinvolge, oltre a cattolici, che sono la parte dominante del pensiero religioso nostrano, i laici e gli “atei devoti” anomalia tutta italiana di contraddizione in termini. Essi infatti non si dichiarano credenti, ma accettano, difendono e anzi promuovono quelle parti del dettato cattolico che in quel momento sembrano a loro politicamente più convenienti. Quindi teoricamente molto pericolosi proprio per la Chiesa stessa, che in un primo momento li ha pubblicamente accolti con una citazione di Benedetto XVI “per gli uomini di cultura non credenti ma desiderosi di comportarsi secondo il dettato cristiano”forse con l’intenzione di sfruttarne l’impatto mediatico e la capacità di porsi su diversi fronti. Recentemente una serie di velate, ma non indecifrabili, dichiarazioni da parte di alcuni vescovi, hanno segnalato il timore di perdere quella leadership del pensiero conservatore che, specie in epoca pre-elettorale, torna sempre utile, prendendo le distanze da alcuni di loro. In realtà, parte del mondo cattolico, la parte più spirituale che politica, guarda con molto sospetto a chi potrebbe semplicemente far parte, come scrisse Michele Serra, anzichè di una minoranza di laici illuminati dall’etica cristiana, della grande maggioranza dei credenti che se ne fottono. Qui torniamo al problema della coerenza, al divario fra chi la ricerca pur tra mille difficoltà e chi si accontenta di una professione verbale di intenti e di fede. Per Zagrebelsky la contrapposizione laici- credenti nasce, e si nutre, della pretesa di permeare la vita di tutti, dalle persone singole fino alle istituzioni, del dogma in base al quale solo Dio, e quindi la religione, possono dirci che cosa è giusto e cosa sbagliato. Questo diventa, ed è diventato, un problema nel momento in cui ciò che la legge o l’istituzione prevede, sia in contrasto con questa “verità” che in quanto tale un “fedele” (le parole hanno un senso, come si vede, una propria non banale funzione) è tenuto ad osservare, pena la perdita della vita eterna, proprio quel premio che, secondo gli autori già citati, impedisce ad un credente di vivere appieno, conferendo alla morte un doppio tributo: quello della nostra fine, quando arriva, e quello della vita limitata sotto diversi aspetti allo scopo di ottenere quel presunto dono eterno sul quale solo una profonda credenza può contare. Non può quindi essere indifferente, per chi questa fede la possiede, ascoltare il monito continuo delle gerarchie religiose che incitano al predominio del credo sulla legge degli uomini, e il contrasto può essere distruttivo, sia a livello interiore, di coscienza, sia a livello sociale, di scontro fra chi mette il rispetto delle istituzioni e delle regole sopra alle convinzioni e alle ideologie personali o di gruppo. Questo stesso dilemma che, è stato giustamente ricordato, poteva avere anche un seguace della chiesa dell’Internazionale comunista negli anni 50, oggi è comunque contrapposizione fra la doppia fedeltà dei credenti, alla propria chiesa e allo stato, e può diventare una vera scissione dell’io. Il dibattito è tuttora in corso, ed è a tratti aspro: non possiamo certo noi dettare ricette o anche solo metodi di composizione del conflitto. In ogni caso, tentare comunque la strada della comprensione dell’altro non è mai sbagliato, provare a cambiare per un momento il punto di vista è più che mai necessario per vedere le cose nei diversi aspetti: occorre però umiltà e non arroganza, dubbio e non dogma, e tutto questo sembra merce rara nel dibattito pubblico sia europeo che, a maggior ragione, in quello italiano. Fonti: "Perchè non possiamo essere
cristiani (e meno che mai cattolici) P. Odifreddi
ed Longanesi 2007 |
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© LiberaMENTE MAGAZINE 23 marzo 2008 |