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Volente o Credente?
di Silvia Carena

"Il bisogno di credere in false meraviglie a volte supera non solo la logica, ma apparentemente anche la salute mentale"

Rev. C. W. Rauscher

 

Sabato 14 giugno, il Buongiorno di Massimo Gramellini su La Stampa esordiva così:
“Quando sui computer della redazione è piovuta la notizia che lo Shuttle aveva urtato un oggetto non identificato di 45 centimetri, negli occhi dei miei colleghi ho visto spuntare una luce strana. La conosco bene: è la luce della fuga. Quella voglia inesausta di evadere da un mondo che ti soffoca con la sua prevedibilità”.
Il bisogno di credere, che qualcosa che non corrisponde alla triviale e banale realtà di ogni giorno esiste davvero. Bisogno di poter pensare ad un mondo ALTRO, ad un’altra possibile forma di esistenza.
Ma è pur vero che questo bisogno può sfociare in una pericolosa forma di dipendenza dal paranormale, in una vera e propria sindrome, che è stata definita come “sindrome del vero credente”.
M. Lamar Keene, conosciuto negli anni ’70 come il “Principe degli Spiritualisti” introdusse questo termine per indicare un’apparente condizione di disordine cognitivo, caratterizzata dal credere nella veridicità di eventi soprannaturali, anche dopo che siano state fornite prove autorevoli della loro natura fraudolenta.
La sindrome del vero credente è del tutto incomprensibile dal punto di vista irrazionale: a dispetto delle enormi evidenze che personaggi come Uri Geller (il piegatore di cucchiai “smascherato” dalla James Randi Educational Foundation), o Sai Baba non sono altro che abili truffatori, è diffusa la credenza del tutto immotivata, che essi possiedano in realtà capacità spiritistiche e poteri paranormali.
Per osservare dal punto di vista sperimentale la “sindrome del vero credente”, gli psicologi Barry Singer e Victor Benassi della California State University presentarono ai loro allievi il prestigiatore di spettacolo Craig Reynolds, che eseguì alcuni suoi trucchi di fronte a quattro classi di studenti di psicologia. Due di queste classi sapevano che Craig era uno studente come loro, il quale sosteneva di possedere dei poteri; l’insegnante di psicologia aveva inoltre lasciato intendere di essere scettico in merito all’esistenza effettiva di tali poteri paranormali.
Le altre due classi invece erano a conoscenza del fatto che Craig fosse realmente un prestigiatore.
Singer e Benassi riportarono che circa i due terzi degli studenti di entrambi i gruppi credettero al fatto che Craig fosse un mago, senza significative differenze tra le due classi.
L’esperimento venne poi ripetuto con due classi di studenti alle quali avevano esplicitamente detto che Craig non aveva alcun potere, e che avrebbe eseguito alcuni trucchi per loro. Alla fine dell’esibizione oltre la metà degli studenti affermò di essere convinto che il prestigiatore possedesse dei poteri paranormali.
I due studiosi spiegarono i risultati dell’esperimento affermando che “per molte persone la volontà di credere, a volte supera di gran lunga la capacità di riflettere criticamente sulle prove pro o contro una propria fede.”
Potrebbe essere questa sindrome l’origine di tanti fanatismi e psicosi collettive, come nel caso degli ultimi, sempre più frequenti avvistamenti di UFO in Gran Bretagna, dove nel giro di un anno le vere o presunte “apparizioni” di dischi volanti sembrano essere aumentate, secondo i dati diffusi dalla polizia inglese, addirittura del 40%?
Le possibilità sono due: o ci troviamo di fronte ad un vero e proprio esodo di massa dagli altri pianeti, di uno sbarco di clandestini sulla Terra, o molto più probabilmente questa psicosi dell’avvistamento è legata ad una delle tante forme di reazione al quotidiano, all’ordinario, alla banale routine.

E se invece il mito dell’ E.T. non fosse altro che una favola rispolverata per sostituire altri miti meno fortunati, come quello del principe azzurro, del matrimonio felice e dell’amore eterno?

Se partiamo da Albano e Romina ed arriviamo a Madonna e Guy Ritchie, la lunga trafila delle unioni perfette crollate miseramente sotto il peso del tempo non fa che allungarsi a vista d’occhio, mentre le infedeltà di mogli e mariti stanchi della solita monogamia le conosciamo o le sperimentiamo noi stessi, senza ormai scandalizzarci quasi più. Non sarà che ci risulta più facile credere ad un’invasione di marziani e ad un possibile universo parallelo piuttosto che ad un amore felice e duraturo? Perché in fondo i miti servono a questo: ad aiutarci nella ricerca di un significato da attribuire alle nostre futili vicende quotidiane. E se un altro mondo esiste, con i suoi abitanti e le sue leggi, senza le code in macchina sotto il sole e gli autobus in ritardo, in definitiva tutte le nostre fatiche potrebbero trovare soluzione. Un viaggio su Marte e una vita migliore per tutti sono in fondo progetti più realizzabili di quelli tirati fuori in l’occasione di una campagna elettorale e poi subito riposti nel dimenticatoio, perché ovviamente irrealizzabili.

Fonti:

www.cicap.org
www.lastampa.it
www.ufologia.net


© LiberaMENTE MAGAZINE 13 luglio 2008